martedì 9 giugno 2009

Una serata di tango argentino



Mi apprestavo a raggiungere Palazzo Ducale, mi aspettava una serata di tango argentino, mi sarei immersa per qualche ora in un’atmosfera a me completamente sconosciuta: mai ballato nella mia vita, a maggior ragione il tango argentino, però l’idea mi aveva conquistato ed avevo accettato volentieri di andare a scattare qualche foto a questi tangueri noti in tutto il mondo pur non conoscendo nulla né della cultura argentina né tanto meno del diffuso ballo.
Salgo le scale per raggiungere il salone del maggior consiglio, lì si sarebbero esibiti e lì mi avrebbero conquistato.
Timidamente mi avvicino all’organizzatrice presentandomi e, con fare un po’ indisponente, lei mi consegna il pass per l’accredito in qualità di fotografa e mi dice di andare vicino all’orchestra, di non muovermi durante lo spettacolo al fine di non distrarre gli artisti e di non usare il flash. Mentre mi avvio alla mia postazione penso che la serata inizia male: fotografare in quelle condizioni di luce senza flash e senza potermi muovere era come chiedermi di ballare! Poi tra me e me penso che in fondo, se non fossi riuscita a fotografare, quanto meno mi sarei goduta lo spettacolo e avrei imparato qualcosa.
La sala è ancora vuota, ci sono solo i musicisti che provano ed una coppia che si riscalda prima dell’esibizione. Scatto qualche foto al violinista e al pianista per vedere esattamente che luce c’è: PESSIMA ovviamente ma pazienza, d’altro canto nella vita faccio l’avvocato non la fotografa!!
Inizia ad entrare il pubblico pagante: ci sono molti colleghi, intravedo un consigliere di Corte d’Appello e qualche altro magistrato. Ma chi l’avrebbe mai detto che i giuristi amano il tango argentino?!
Tutti seduti ed in attesa che lo spettacolo inizi, si abbassano le luci ed entra una coppia, musica avvolgente sensuale appassionante. Loro due sono bellissimi elegantissimi e devo dire, per quel poco che ne capisco, bravissimi. Sono un tutt’uno, il livello d’intimità che c’è tra loro è veramente invidiabile, si muovono all’unisono con delicatezza e sensualità, eleganza e maestria. I loro abiti sono fantastici ed i colori delicati. Lei è alta bionda bella dalle movenze dolci e appassionate, lui affascinante forte deciso elegante dagli occhi scuri e penetranti e i capelli leggermente brizzolati. Insieme sono perfetti e la loro danza mi conquista, la musica mi travolge, i loro sguardi mi fanno sognare ed inizio a fotografare.





































































































Dopo un’ora la pausa. Mi dirigo fuori anch’io e incontro tutti quelli che potevo incontrare: colleghi, magistrati, conoscenti, qualche amico, scambio qualche doverosa chiacchiera suscitando lo stupore del mio ambiente professionale vedendomi rivestire un ruolo così diverso da quello che mi appartiene.
Mi guardano straniti, stupiti, talora ammirati e talora con sguardi di rimprovero.
Inutile dire che non m’importa di ciò che pensano gli altri, custodisco con grande fierezza e passione la mia libertà di fotografare e di fare ciò che desidero là dove questo ovviamente sia lecito. Ma queste piccole anime che non perdono l’occasione per giudicare, criticare, fare dell’inutile pettegolezzo il proprio stile di vita come possono vivere serenamente?
Mentre parlo e mi riapproprio del mio vero ruolo sociale penso che anch’io non faccio che scendere a compromessi prestando l’immagine di me per come la vogliono gli altri. D’altro canto io sono anche questa: l’avvocato, diplomatica, formale e vestita bene; è inutile che io continui a lamentarmi per il fatto che nel mio ambiente si aspettano di vedere solo questa. Continuo a ripetermi ogni giorno, ogni istante che devo tenere sotto controllo la mia ribellione e gli anni che inesorabilmente sono passati mi hanno aiutato ed insegnato a recitare la mia parte sociale abbastanza bene, tuttavia un occhio attento non può non notare che in me c’è l’istinto primordiale che mi porta verso la libertà.
Terminate le mie dovute disquisizioni salottiere per ridare un tono confacente alla mia parte mi allontano scusandomi per non poter ulteriormente prorogare la piacevole conversazione e finalmente tiro un respiro di sollievo. In quel momento mi passa accanto il ballerino argentino che avevo visto poco prima nella sua danza appassionata. Mi sorride e passa oltre.
Incuriosita chiedo di lui alle organizzatrici e mi dicono che è il numero 1 al mondo di tango argentino ma è anche il numero 1 quanto a presunzione e antipatia, che durante gli stages non balla con nessuno e che la sua prosopopea è assai nota nell’ambiente.
Tra me e me penso che sia un gran peccato che un uomo così bello sia anche così spiacevole, ma certamente non lo è mentre balla e questo mi basta.
Passa qualche minuto e altre persone introducono con me inutili conversazioni il cui interesse lascia davvero a desiderare e ripassa il ballerino che nuovamente mi sorride. Non mi sembra così antipatico come me lo hanno descritto ma avranno certamente le loro ragioni per definirlo così.
Sopraffatta da inutili dialoghi finalmente riesco a liberarmi e cerco di riconquistare il mio posto dentro la sala e mentre mi appropinquo incrocio per la terza volta il bel tanguero argentino che per la terza volta mi sorride e questa volta si ferma, indotto probabilmente dal fatto che eravamo dentro la sala da soli, lontani dal pubblico e dagli organizzatori.
Prendo coraggio e gli chiedo se parla italiano, mi risponde di no, ma sapevo che non era vero. Con sguardo sbeffeggiante ed irriverente gli chiedo se almeno capisce la parola “complimenti” e mi risponde nuovamente di no, sogghignando tra uno sguardo ammiccante ed uno sfrontato tipico di chi è consapevole del proprio fascino e della propria bellezza. Rimango in silenzio un po’ spiazzata mentre lui mi sorride guardandomi negli occhi e lanciandomi una sfida di sguardi.
Chi ha giocato con gli occhi tutta la vita riconosce subito chi ha fatto altrettanto nella propria ed usa quest’arma impropria con grande dimestichezza e sapevo che in quel momento non avrei mai potuto distogliere lo sguardo da lui: una sconfitta da un ballerino argentino, seppur il numero 1 al mondo di tango, non me la sarei ma perdonata.
Finalmente spezza il silenzio e mi chiede se so ballare. Lì ero fuori gara e quasi con sollievo gli rispondo che non ho mai ballato.
Ecco il colpo di scena: mi chiede se voglio ballare con lui, io rispondo di no, perché avevo a cuore la sua incolumità e lui fa un cenno all’orchestra affinché inizi a suonare e mi prende tra le braccia. Mi lascio trasportare da lui per qualche minuto dandomi l’illusione di saper ballare. La musica e lui appassionanti travolgenti impetuosi sensuali eccitanti mi travolgono e mi investono e mi fanno vivere in un’altra persona per quel brevissimo lasso di tempo che sembrava non terminare mai.
La musica s’interrompe, lui mi ringrazia e corre via, si riaprono le porte e rientra il pubblico.
Imbambolata, incredula, esterrefatta torno al mio posto e riprendo in mano la mia macchina fotografica e cerco di capire cosa fosse accaduto.
Passa qualche minuto ed entra trionfalmente con la sua compagna, certamente di ballo ma forse anche nella vita, e sulle note di Libertango di A. Piazzolla riprendono a volteggiare nell’aria in una fusione delle loro anime che rappresenta il perfetto connubio tra corpo ed energia vitale riaccendendo la passione circostante ed insinuando il sentore negli astanti di poter sentire su di sé l’imponente respiro della vita.
Scatto una foto e fermo un’immagine che per la prima volta è lontana da ciò che i miei occhi hanno visto e il mio respiro sentito.
Questa sera danzante deve rimanere unica: non ballerò mai più il tango argentino.






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