








Manhattan li 05/09/2008
New York: otto di sera ora locale, due di notte in Italia. All’uscita del tunnel che immette in Manhattan all’improvviso luci e colori, cemento e cristallo, riflessi e oscurità. Da una selva oscura alle luci della ribalta. I riflessi distorcono la realtà e Manhattan riflette sé stessa. Ogni foto non è mai solo ciò che si pensa di fotografare ma è la foto di qualcosa che era sfuggito: tutto avviene freneticamente, inarrestabile come uno scatto, tutto è raddoppiato o triplicato dal riflesso nel riflesso. Manhattan non si lascia intrappolare né dalle foto né dai racconti né dai video. Un tripudio di immagini e colori sovrapposti, il tutto centuplicato dal rumore assordante, dalla musica, le sirene, i clacson: frastornata dalle ingannevoli risa della gente che apparentemente tacitano la solitudine epidemica in una città in cui i taxi inutilmente rincorrono l’inesorabile tempo e la moda impartisce regole di vita.Un homeless accanto ad un telefono pubblico: non tiene la cornetta in mano ma parla, parla col telefono, parla da solo. Disperazione solitudine inquietudine angoscia follia dichiarata: in quel momento c’è solo lui, tutto il resto scompare denunciando la propria fatuità: c’è solo lui e il suo riflesso nel grattacielo accanto a lui. Lui è un uomo in bianco e nero: ha abbandonato i colori ed i colori lui. Ma non c’è inganno nei suoi occhi. Nessuna recessione né crack finanziario né politica o religione lo scalfirà. Questa città riflette tutto, anche l’abbandono e la solitudine, e nulla è reale: è un’ unica grande caverna dalle fattezze di una mela le cui ombre sono rappresentate da luci colori tecnologia e risa. La normalità è la stravaganza ed anche in pieno sole le ombre sono le regine.Si cammina con le fantasticherie del passeggiatore solitario per chilometri, ore, tutti i giorni tutte le sere: ricchezza e povertà, etnie e religioni, solitudine e caos, luci e buio si contrappongono ad ogni passo. La più grande potenza economica, concentrata nei simboli che la rappresentano, la cui caduta travolge il mondo.C’è tutto, manca solo il silenzio, ma chi va a New York non è in cerca di silenzio né di sé stesso, è in cerca del sogno. Ma quando sull’aereo si lascia il riflesso per tornare ad una, forse ordinaria, rassicurante realtà, è confortante sapere che da qualche parte in questo mondo si può vivere il mito della caverna al contrario, dove le ombre possono apparire come luci e colori, nonostante la solitudine incombente sia sempre l’impietosa ma talora salvifica padrona.
New York: otto di sera ora locale, due di notte in Italia. All’uscita del tunnel che immette in Manhattan all’improvviso luci e colori, cemento e cristallo, riflessi e oscurità. Da una selva oscura alle luci della ribalta. I riflessi distorcono la realtà e Manhattan riflette sé stessa. Ogni foto non è mai solo ciò che si pensa di fotografare ma è la foto di qualcosa che era sfuggito: tutto avviene freneticamente, inarrestabile come uno scatto, tutto è raddoppiato o triplicato dal riflesso nel riflesso. Manhattan non si lascia intrappolare né dalle foto né dai racconti né dai video. Un tripudio di immagini e colori sovrapposti, il tutto centuplicato dal rumore assordante, dalla musica, le sirene, i clacson: frastornata dalle ingannevoli risa della gente che apparentemente tacitano la solitudine epidemica in una città in cui i taxi inutilmente rincorrono l’inesorabile tempo e la moda impartisce regole di vita.Un homeless accanto ad un telefono pubblico: non tiene la cornetta in mano ma parla, parla col telefono, parla da solo. Disperazione solitudine inquietudine angoscia follia dichiarata: in quel momento c’è solo lui, tutto il resto scompare denunciando la propria fatuità: c’è solo lui e il suo riflesso nel grattacielo accanto a lui. Lui è un uomo in bianco e nero: ha abbandonato i colori ed i colori lui. Ma non c’è inganno nei suoi occhi. Nessuna recessione né crack finanziario né politica o religione lo scalfirà. Questa città riflette tutto, anche l’abbandono e la solitudine, e nulla è reale: è un’ unica grande caverna dalle fattezze di una mela le cui ombre sono rappresentate da luci colori tecnologia e risa. La normalità è la stravaganza ed anche in pieno sole le ombre sono le regine.Si cammina con le fantasticherie del passeggiatore solitario per chilometri, ore, tutti i giorni tutte le sere: ricchezza e povertà, etnie e religioni, solitudine e caos, luci e buio si contrappongono ad ogni passo. La più grande potenza economica, concentrata nei simboli che la rappresentano, la cui caduta travolge il mondo.C’è tutto, manca solo il silenzio, ma chi va a New York non è in cerca di silenzio né di sé stesso, è in cerca del sogno. Ma quando sull’aereo si lascia il riflesso per tornare ad una, forse ordinaria, rassicurante realtà, è confortante sapere che da qualche parte in questo mondo si può vivere il mito della caverna al contrario, dove le ombre possono apparire come luci e colori, nonostante la solitudine incombente sia sempre l’impietosa ma talora salvifica padrona.

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